L’impero non si arrende: il Venezuela e la violenza contro la sovranità popolare.

L’imperialismo statunitense non è un fantasma del passato, ma una forza viva, aggressiva e sempre pronta a schiacciare chiunque osi sfidare il suo dominio. Dietro le parole d’ordine della “democrazia esportata” e dei “valori occidentali” si nasconde una realtà ben diversa: una politica di controllo che non esita a usare la coercizione economica, la destabilizzazione politica e, quando serve, la violenza diretta o indiretta.

L’America Latina lo sa bene. Da oltre un secolo, questa regione è il terreno di prova delle strategie imperialiste: dal golpe contro Salvador Allende in Cile alle “guerre sporche” in Centro America, fino ai più recenti sabotaggi politici ed economici. La regola è sempre la stessa: nessun governo che metta in discussione l’egemonia statunitense può essere tollerato.

Il Venezuela, in questo scenario, è un caso esemplare. Da anni il paese è sotto assedio: sanzioni che colpiscono la popolazione, isolamento diplomatico, campagne mediatiche martellanti e tentativi continui di destabilizzazione interna. Non si tratta di “preoccupazioni democratiche”, ma di una colpa precisa: aver scelto una via socialista, sottrarre risorse strategiche alle multinazionali e alla finanza globale.

Il caso Maduro: quando la maschera dell’impero cade

Gli ultimi eventi legati al rapimento del presidente Nicolás Maduro segnalano un’escalation preoccupante. Non sono episodi isolati, ma la logica conseguenza di una strategia che, quando sanzioni e propaganda non bastano, passa alla sovversione aperta. Il messaggio è chiaro: chi resiste paga. Non importa se un presidente è eletto, sostenuto dal popolo o inserito in un quadro costituzionale legittimo. Per l’impero, la legalità vale solo per gli alleati. Tutti gli altri sono bersagli.

Non è solo un attacco a un uomo, ma alla sovranità di un intero popolo, al diritto di decidere autonomamente il proprio futuro. È la prova definitiva che gli Stati Uniti non agiscono come garanti della democrazia, ma come potenza imperialista pronta a tutto pur di mantenere il controllo.

Contro l’ipocrisia, dalla parte della storia

Di fronte a tutto questo, l’indignazione selettiva di governi e media occidentali è prevedibile e ipocrita. Gli stessi che tacciono sulle sanzioni che affamano popolazioni intere o sulle operazioni clandestine di destabilizzazione, si ergono a giudici morali quando fa comodo. È una narrazione tossica, costruita per normalizzare l’aggressione e criminalizzare la resistenza.

Per chi crede nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione, la linea è netta: non esiste una “terza via” tra imperialismo e sovranità popolare. Il Venezuela, con tutte le sue contraddizioni, è oggi uno dei simboli di questa lotta. Difenderne la sovranità significa difendere il diritto dei popoli a liberarsi dal ricatto del capitale globale e dell’impero statunitense.

La storia insegna che gli imperi cadono, spesso travolgendo tutto nel loro crollo. Ma insegna anche che ogni atto di resistenza, ogni rifiuto di piegarsi, contribuisce a costruire un mondo diverso. È da questa parte che sta chi rifiuta l’ipocrisia imperialista e sceglie, senza compromessi, di stare dalla parte dei popoli.

No ReArm Europe

Compagne e compagni, l’Europa, la nostra Europa, si sta trasformando. Non in un faro di pace e cooperazione, come molti di noi hanno sognato e per cui abbiamo lottato, e promessa fondante dell’Europa, ma in una fortezza armata, un bastione che, con pretesti di difesa (da chi?!) e sicurezza (quali rischi?!), si prepara a una deriva che rischia di inghiottire le speranze di un intero continente. Non è la paura a guidare queste parole, ma la lucida consapevolezza di un pericolo imminente, di una scelta scellerata che le classi dominanti stanno imponendo ai nostri popoli.

La spesa militare: Un pozzo senza fondo che affama i popoli
Ci parlano di percentuali, di impegni NATO, di un aumento inevitabile della spesa militare. Il 2%, il 3%, forse il 5% del PIL destinato agli armamenti. Ma chi pagherà il conto di questa follia? Non certo i banchieri, né i grandi industriali della guerra, che già si sfregano le mani al pensiero dei profitti inimmaginabili. No, a pagare sarà il lavoro, saranno le famiglie, saranno i giovani e i pensionati. Ogni euro che finisce nei bilanci delle fabbriche di morte è un euro sottratto alla sanità pubblica, già agonizzante dopo anni di tagli. È un euro che non andrà all’istruzione e alla ricerca che dovrebbero servire al progresso civile, e non essere asservite alla borghesia per la distruzione. È un euro in meno per le case popolari, per la messa in sicurezza del territorio di fronte a un cambiamento climatico che ci sta già presentando il conto. Ci dicono che l’industria militare crea posti di lavoro, altro non è questa che una menzogna sfacciata. L’industria della guerra è sempre più automatizzata, tecnologica, avida di capitale e avara di forza lavoro. I pochi posti che crea sono gocce nel mare di un’economia che, per essere sana, dovrebbe investire in settori vitali, produttivi, che generano benessere diffuso, non solo per pochi privilegiati. Nella nostra Europa vogliamo fabbriche che producano ambulanze, vogliamo scuole all’avanguardia. Non vogliamo fabbriche che vadano contro ogni morale civile.

NATO: Il braccio armato di un imperialismo decadente
Non possiamo nasconderci dietro l’illusione di una difesa comune europea, separata dagli interessi egemonici. La verità è chiara: dietro questa corsa al riarmo c’è la longa manus della NATO e, dietro quest’ultima, gli interessi di una potenza che cerca di mantenere a tutti i costi un predominio globale ormai traballante. Il nostro Paese, l’Italia, è da troppo tempo un avamposto di questa strategia, un trampolino di lancio per avventure militari che non ci appartengono. Cento basi militari, un allineamento supino alle direttive di Washington. Cento basi al di sopra della sovranità e a braccetto con la sudditanza. Il vertice all’Aja, con le sue decisioni sulla spesa militare, non è altro che l’ennesima tappa di un processo che ci vuole complici di una guerra a pezzi: dal genocidio a Gaza, al conflitto in Ucraina, alle tensioni crescenti ovunque. Questa guerra, così frammentari, non è frutto del caso ma della logica inesorabile di un sistema capitalistico che, di fronte alla sua crisi strutturale, cerca nella militarizzazione e nello scontro la sua unica via d’uscita.

Autoritarismo e repressione: Il vero volto del ReArm
Non è solo una questione economica o geopolitica. Il riarmo, la cultura della guerra, portano con sé un inasprimento autoritario all’interno delle nostre stesse società. In un clima di emergenza permanente, chi si oppone alla logica bellicista viene facilmente etichettato come nemico interno, compromettendo la libertà di espressione e reprimendo il dissenso. Lo vediamo con le leggi sulla sicurezza (DL Sicurezza), con il tentativo di criminalizzare chi salva vite umane in mare, con la volontà di mettere a tacere ogni voce critica. Il concetto di “giardino europeo” da difendere dalle insidie della giungla circostante è la base su cui prospera il razzismo, l’intolleranza, l’estrema destra. È una narrativa che alimenta la paura e divide i popoli, facendoci distogliere lo sguardo dalle vere cause dei problemi.

È tempo di scegliere: Pace o barbarie?
Compagni e compagne, siamo ad un bivio. E l’unica strada da imboccare per un futuro sostenibile e non fatto di morte, è quella di gridare con forza: no alla NATO, no all’aumento della spesa militare, no alla trasformazione dell’Europa in una fortezza armata. Dobbiamo pretendere che i nostri governi investano nella diplomazia, nei negoziati, nel coinvolgimento dell’ONU che oggi viene sistematicamente ignorato o delegittimato. Per dovere morale, e non solo politico, dobbiamo disarmare le narrazioni tossiche che ci vengono propinate quotidianamente, quelle che cercano di instillare la paura e di farci accettare l’inaccettabile, altrimenti ci ritroveremo alla deriva e saremo colpevoli tanto quanto loro. Dobbiamo svuotare gli arsenali e riempire i granai, come diceva un grande uomo della nostra Repubblica, il Presidente Pertini. Le sue parole, oggi più che mai, risuonano come un monito e come una guida. Siamo chiamati a scegliere da che parte stare: dalla parte della pace, della giustizia sociale, della solidarietà tra i popoli, oppure, dalla parte della guerra, del profitto di pochi, della barbarie?
Non è troppo tardi per agire. Questo è il momento.

Greta Thunberg, le dinamiche internazionali e la provocazione necessaria.

Non è implausibile, in effetti, che dietro la figura di Greta Thunberg si muovano interessi e strutture di un certo peso, magari anche con la complicità o il sostegno di ambienti istituzionali e non escludendo la partecipazione, più o meno diretta, di rappresentanti del governo svedese. Questo non ne sminuisce necessariamente l’intento iniziale, ma ci impone di analizzare le convergenze di intenti che spesso si creano tra movimenti di base e centri di potere consolidati, ciascuno con le proprie finalità. È una dialettica complessa, che merita un’attenta osservazione.Per quanto concerne la missione della Freedom Flotilla, essa si configura senza dubbio come un atto di pura e deliberata provocazione. Non si poteva ignorare, infatti, la reazione che avrebbe suscitato. Tuttavia, definire tale azione una mera provocazione, senza coglierne il più profondo significato, sarebbe riduttivo. È, in realtà, un gesto politico forte, atto a scuotere le coscienze e a sollevare con forza l’opinione pubblica internazionale. L’obiettivo primario è quello di riportare all’attenzione dei media mondiali la drammatica e persistente condizione del popolo palestinese. Una condizione che, è bene ammetterlo con dolore, è stata progressivamente normalizzata, rischia di essere accettata come parte integrante del nostro quotidiano, un “usu receptum”. Questa assuefazione, questa normalizzazione di una situazione di oppressione e di ingiustizia, è il vero pericolo contro cui tali azioni intendono battersi. È necessario rompere il muro dell’indifferenza e ricordare a tutti che la questione palestinese è una ferita aperta che continua a sanguinare e che non può essere ignorata o derubricata a semplice consuetudine. L’azione della Freedom Flotilla, dunque, al di là delle sue implicazioni immediate, si pone come un appello etico e politico a non dimenticare e a prendere posizione, a lottare contro l’indifferenza globale, o finta tale, mossa quasi esclusivamente da interessi capitalistici.