Negli ultimi giorni, due episodi hanno scosso, per l’ennesima volta, le cronache: tre operai morti a Napoli precipitando da un montacarichi durante dei lavori di ristrutturazione e due operai feriti gravemente a Pompei, caduti da una gru mentre eseguivano la manutenzione ad un impianto telefonico.
Potremmo limitarci a elencare i dettagli: età avanzata dei lavoratori, assenza di protezioni, lavoro nero. Potremmo parlare dell’inchiesta aperta, dei quattro indagati per la strage di via San Giacomo dei Capri, dei dispositivi di sicurezza assenti o inutilizzati. Ma non è questo il punto.
Perché ciò che sta accadendo è ormai sistemico. Non sono episodi. Non sono incidenti. Sono conseguenze inevitabili di un sistema economico che antepone il profitto alla vita, l’interesse del padrone alla sicurezza del lavoratore.
Il capitalismo uccide.
Non è retorica, è realtà. Un sistema che consente a un imprenditore di risparmiare sulla sicurezza, assumere in nero, far lavorare persone in età da pensione su impalcature traballanti, è un sistema marcio.
Il capitalismo, che si fonda sull’estrazione del massimo profitto da ogni goccia di fatica umana, non può garantire la sicurezza, la dignità, né tantomeno la vita. Il “padrone” guadagna tanto meno quanto più il lavoratore è tutelato, quindi, taglia, elude e sfrutta.
In Italia, ogni giorno muoiono in media 3 lavoratori (1090 morti nel 2024, fonte INAIL). Ogni anno, oltre mille famiglie distrutte dalla brutalità silenziosa del lavoro salariato.
Ma se muore un operaio è una fatalità. Se un’azienda perde un trimestre è una crisi nazionale. Questa è la gerarchia morale del capitalismo.
Le responsabilità dei padroni.
Chi assume in nero, chi risparmia sulle attrezzature, chi obbliga gli operai a lavorare a decine di metri d’altezza senza caschi né cinture, è un criminale, senza se e senza ma. E il sistema lo protegge. Con appalti, subappalti, finte cooperative e ispettorati sotto organico, la legge diventa farsa. E così il capitale vince sempre. Anche quando uccide.
A Napoli, due delle tre vittime lavoravano in nero. A 62 e 67 anni. Erano invisibili, ma utili. Finché sono caduti. Allora lo Stato si accorge di loro, ma è troppo tardi. A Pompei, i due operai caduti da una gru non erano nemmeno dipendenti diretti di chi gestiva i lavori. Le responsabilità si spezzano, si diluiscono, si scaricano. Come sempre.
La falsa coscienza borghese.
I giornali parlano di “morti bianche”. Ma il sangue è rosso, rosso acceso. E la causa è chiara: la logica del profitto senza morale, su tutto e su tutti.
Un’impresa non investe nella sicurezza se non è costretta. Non tutela i lavoratori se non è punita. E quando la punizione arriva (arriva?) è una multa, una sanzione simbolica, un’eccezione, mai un risarcimento vero.
E lo Stato? Lo Stato borghese chiude un occhio, spesso entrambi. Perché tutelare il lavoro significa scontrarsi col capitale e nessun governo di centro, di destra o di sinistra (sinistra?) osa farlo davvero.
Qual è l’alternativa?
Il comunismo. Il socialismo reale. Il collettivismo. Una società che metta al centro l’essere umano e non il profitto. Una società dove la produzione è finalizzata al bene collettivo, mai all’arricchimento individuale. Dove i mezzi di produzione sono in mano alla comunità, non a padroni privati che vedono nei lavoratori solo un costo da comprimere per massimizzare il profitto.
In una società giusta:
- Il lavoro è un diritto, non una condanna. E la sicurezza è una responsabilità collettiva, non un onere facoltativo.
- Non esiste il lavoro nero, perché non esiste il profitto privato: non c’è bisogno di nascondere chi lavora se il lavoro è garantito e controllato.
- Le decisioni vengono prese dal “basso”, dai consigli dei lavoratori, non da manager invisibili o da imprenditori assenti.
- La ricchezza prodotta viene reinvestita nella comunità, in sicurezza, salute, istruzione, tempo libero.
- Ogni vita è preziosa, perché la società è fondata sull’eguaglianza, non sulla competizione.
La sicurezza sul lavoro non si ottiene con più leggi nel quadro del capitalismo. Si ottiene abbattendo il capitalismo stesso. Finché il padrone potrà guadagnare tagliando una cintura di sicurezza, lo farà. Finché il lavoratore sarà ricattabile, lo sarà. Finché la vita sarà una variabile dei costi aziendali, continueremo a contare morti.
Conclusione
Dobbiamo smettere di piangere. Dobbiamo cominciare a lottare. Ogni morto sul lavoro è una chiamata alla rivoluzione. Ogni vittima è un compagno che il sistema ha assassinato. E ogni volta che abbassiamo la testa, ne prepariamo altri.
Un altro mondo è possibile. Ma non nascerà dai decreti dei governi. Nascerà dalla lotta. Dalla coscienza. Dalla solidarietà. Dal sindacalismo.
Perché finché ci sarà capitalismo, ci sarà morte. Ma finché ci sarà lotta, ci sarà speranza.
