L’istruzione tecnica al servizio del capitale: cronaca di un’apocalisse annunciata.

Mentre il dibattito pubblico viene sistematicamente distratto da emergenze a orologeria e polemiche di superficie, il 9 marzo scorso è passata una scure silenziosa ma letale sul futuro della scuola italiana. Con la pubblicazione del DM 29/2026, la riforma dell’istruzione tecnica è diventata realtà. Non è solo un cambiamento di quadri orari, è lo stadio finale di un processo di mutazione genetica della scuola pubblica che da istituzione democratica per l’emancipazione si trasforma definitivamente in un ufficio di collocamento a basso costo per le imprese.

La scuola come “filiera”: il dogma della produttività

Dalle colonne de “La letteratura e noi”, Orsetta Innocenti ha giustamente parlato di “Apocalypse Now”. Il termine è calzante se lo si guarda da una prospettiva socialista e democratica. La riforma, figlia di una visione neoliberale che unisce senza soluzione di continuità i governi Draghi e Meloni, introduce il modello del “4+2” e la riduzione del monte ore complessivo.

Il messaggio politico è brutale,  è chiaro che chi sceglie l’istruzione tecnica non ha bisogno di essere un cittadino critico e colto, ma una risorsa umana immediatamente spendibile nel mondo del lavoro (o meglio dire sfruttamento?). Ridurre le ore di Italiano in quinta, tagliare i complementi di Matematica, marginalizzare le Scienze, tutto concorre a un unico obiettivo: sottrarre tempo alla riflessione, alla complessità e alla cultura generale per regalarlo all’addestramento funzionale. Stiamo assistendo alla legalizzazione di una scuola di classe, dove il sapere critico diventa un lusso riservato ai licei, mentre ai figli dei lavoratori viene offerto un percorso abbreviato e impoverito.

La dignità del docente: da educatore a “addestratore”

Come docente sento il peso di questa riforma sulla mia pelle e su quella dei miei colleghi. Non si tratta solo della legittima preoccupazione per la stabilità delle cattedre o per il caos della mobilità che si prospetta. Il colpo è più profondo e riguarda la nostra identità professionale.

La riforma ci spinge verso una didattica fatta di unità di apprendimento e competenze atomizzate, svuotando di senso la specificità disciplinare. Ci viene chiesto di rinunciare alla nostra funzione di intellettuali organici alla Costituzione per diventare esecutori di un curriculum dettato dai “bisogni del territorio” (delle aziende locali, ndr). Se la scuola non è più il luogo dove si impara a leggere il mondo, ma solo il luogo dove si impara a servire un processo produttivo, mi domando che fine fa la nostra libertà d’insegnamento. Viene meno l’idea della scuola pubblica come volano di promozione sociale e umana. 

Un inganno alle famiglie

C’è poi un aspetto di una scorrettezza istituzionale senza precedenti. Le iscrizioni si sono chiuse a febbraio nel buio più totale. Le famiglie hanno scelto i percorsi per i propri figli basandosi su vecchi modelli, mentre il Ministero già preparava il ribaltone dei quadri orari. È la democrazia ridotta a simulacro: si decide nelle stanze del potere, si informa a cose fatte, e si spaccia per “orientamento” quella che è, a tutti gli effetti, una negligenza calcolata.

Osservazione laterale: resistere è necessario

Dal nostro osservatorio non possiamo tacere. Questa riforma non serve agli studenti, serve a fornire alle imprese manodopera già formata a spese dello Stato, risparmiando sul tempo dell’istruzione. È l’applicazione del PNRR nella sua forma più spietata: un baratto tra fondi europei e smantellamento dei diritti sociali.

Come docenti e come cittadini, dobbiamo rifiutare l’idea che esistano scuole di serie B destinate a formare sudditi produttivi. La scuola deve restare il luogo dove un figlio di operai ha lo stesso diritto di un figlio di dirigenti di studiare Dante, di comprendere la biologia e di padroneggiare gli strumenti del calcolo complesso.

La nostra battaglia comincia oggi: nei collegi docenti e nelle piazze, per ricordare che la cultura non è un costo da tagliare, ma l’unico vero strumento di libertà.

Lavagna e Manganello: la “Scuola dell’Obbedienza” del Ministro Valditara

Le nuove indicazioni ministeriali non sono una riforma, ma una restaurazione autoritaria. Si premia il censo, si punisce il dissenso e si smantella la scuola pubblica come ascensore sociale.

Non chiamatela “riforma”. Quella che il Ministro Valditara sta imponendo alla scuola italiana, pezzo dopo pezzo, è una controriforma reazionaria. È un ritorno al passato, a un modello di istituzione che non vedevamo dai tempi più bui della nostra Repubblica, un modello che credevamo sepolto sotto le macerie del fascismo e consacrato dall’articolo 34 della Costituzione.
Le ultime indicazioni ministeriali, camuffate dalla solita retorica tossica del “merito” e della “disciplina”, non sono altro che la formalizzazione di un progetto ideologico preciso: trasformare la scuola da luogo di emancipazione a fabbrica di obbedienza. Come giustamente evidenziato in un’acuta analisi apparsa su Umanità Nova, ci troviamo di fronte alla “Scuola dell’Obbedienza”. Un luogo dove il pensiero critico non è solo sgradito, è attivamente sabotato.

Analizziamo la truffa semantica su cui si regge l’intero castello valditariano.

Il feticcio del “Merito”: la Scuola-Azienda che premia i ricchi

Il Ministero è stato ribattezzato “dell’Istruzione e del Merito”. Ma di quale merito parliamo? In un Paese con disuguaglianze sociali endemiche, dove il codice postale di nascita determina ancora il futuro formativo e lavorativo di un individuo, parlare di merito è un insulto. Il “merito” di Valditara è il merito di chi parte avvantaggiato. È la celebrazione della competizione individuale, il darwinismo sociale applicato alle aule. È il linguaggio dell’azienda, non della comunità. Le nuove indicazioni spingono per una valutazione punitiva, per la classifica, per l’umiliazione  come strumento pedagogico. Questa non è una scuola che rimuove gli ostacoli come vuole la Costituzione. È una scuola che quegli ostacoli li cementifica, dicendo al figlio dell’operaio che se non ce la fa è solo colpa sua, che non ha avuto abbastanza merito, ignorando che il merito del figlio dell’élite era già scritto nel suo patrimonio familiare. È, a tutti gli effetti, una scuola classista.

La Disciplina come Sudditanza

Il secondo pilastro di questa restaurazione è la disciplina. Ma, ancora una volta, la parola è un inganno. Non si parla della disciplina dello studio, dell’impegno collettivo, del rispetto reciproco che nasce in una comunità democratica. No! Quella di Valditara è la disciplina del silenzio. È il ritorno alla cattedra come trono e all’alunno come suddito. È la repressione del dissenso studentesco, etichettato come devianza e la delegittimazione dell’insegnante che osa praticare la critica. Le nuove indicazioni vogliono studenti che obbediscano, non che pensino. Vogliono cittadini che non mettano in discussione l’autorità e che accettino passivamente le gerarchie imposte. La scuola sognata da questo governo non deve formare cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, ma futuri lavoratori precari, flessibili e, soprattutto, docili.
L’insegnante non è più un facilitatore di coscienza critica, ma un burocrate o, peggio, un gendarme.

Un Progetto Contro la Scuola Pubblica

La “Scuola dell’Obbedienza” di Valditara è l’esatto opposto della scuola di Don Milani, di Barbiana, che voleva dare la parola agli ultimi. È l’opposto della scuola di Mario Lodi o di Gianni Rodari, che vedeva nella fantasia e nella cooperazione il motore dell’apprendimento. Questo progetto è funzionale a un disegno più ampio: il definanziamento e la distruzione della scuola pubblica statale. Mentre si tagliano risorse, si aumentano le classi-pollaio e si mortifica il personale docente, si spinge l’acceleratore sulla valutazione-classifica per favorire, ancora una volta, chi può permettersi il lusso della preparazione privata. Le nuove indicazioni ministeriali sono un attacco diretto al cuore della democrazia. Sono il tentativo di un governo reazionario di plasmare una società a sua immagine e somiglianza: gerarchica, classista e autoritaria.

La risposta non può essere la rassegnazione. Insegnanti, studenti e tutto il personale della scuola hanno il dovere di resistere a questa deriva. Ne va della scuola, ne va della Repubblica nata dalla Resistenza. Bisogna rigettare questo modello e difendere una scuola che sia veramente pubblica, laica, inclusiva e fondata sulla cooperazione, non sull’obbedienza.